L’orgoglio indiano riparte da Mumbai

By: majunteo

dic 01 2008

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2 commenti

Aperture:f/5.6
Focal Length:55mm
ISO:400
Shutter:1/50 sec
Camera:Canon EOS 400D DIGITAL

La scritta “l’India non dimentica” scorre sotto le immagini del blitz terroristico di Mumbai in tutti i telegiornali del palinsesto di New Delhi: a poche ore dalla fine del più grave attentato su suolo indiano, che in tre giorni ha provocato 195 vittime innocenti e più di 300 feriti, l’India sembra sostituire la rabbia al dolore, interrogandosi su chi abbia pianificato e realizzato un’operazione tanto letale quanto maniacalmente preparata in ogni minimo dettaglio e, soprattutto, su come possa essere successo.
I terroristi hanno attaccato simultaneamente l’Oberoi Hotel e il Taj Hotel, simbolo della città e dell’orgoglio nazionale, occupandoli e sequestrandone i clienti, mentre nel resto della città una serie di bombe deflagravano nei pressi di cinema, ospedali, stazioni, caffè e nel quartiere ebraico di Mumbai: secondo la mappa pubblicata nell’edizione di venerdì 28 novembre del “The Hindu” (giornale di destra vicino al partito nazionalista hindu BJP) sono più di 10 le diverse zone colpite dai terroristi nella municipalità di Mumbai, tra le quali il Leopold Cafè e il Taj Hotel, sempre pieni di turisti occidentali. Le ultime notizie sembrano confermare i sospetti delle prime ore: tutti i terroristi, più di 25, erano compresi tra i 18 e i 28 anni, avevano passaporto pakistano e risultavano iscritti ad alcuni college indiani, alcuni avevano addirittura lavorato in passato all’interno del Taj Hotel. Sarebbero tutti entrati in India via mare dal porto di Karachi (Pakistan) dopo un corso di addestramento di alcune settimane in Pakistan. In tre giorni di battaglia i Corpi Speciali dell’esercito indiano sono riusciti a neutralizzare la minaccia, uccidendo gran parte del commando ed arrestandone una decina di componenti, ora sotto interrogatorio.
L’obiettivo era ricreare un nuovo 11/9 indiano facendo esplodere il Taj Hotel, catastrofe che si stima avrebbe provocato più di 5000 vittime. La spettacolarità dell’intera operazione e le 26 vittime occidentali hanno garantito l’eco internazionale ai terroristi, presumibilmente affiliati alla Lashkar-e-Taiba, organizzazione terroristica musulmana del Pakistan, che ad oggi non ha ancora rivendicato la paternità dell’attacco.
Mentre a Mumbai l’incubo iniziava, mi trovavo ad Amritsar, la principale città della regione del Punjab, ospite di Mr. Singh, agente di viaggio e religioso Sikh. Il Punjab è diviso a metà dal confine indo-pakistano e, mi spiegava Singh, tra punjabi indiani e punjabi pakistani c’è un vincolo simile alla fratellanza, come fossero due gemelli divisi alla nascita.
La varietà delle etnie indiane e pakistane raccolte nei rispettivi stati è un elemento di importanza cruciale per capire la situazione di questa parte di mondo e, soprattutto, per evitare di scadere nel sensazionalismo e nelle facili conclusioni. Il governo indiano in seguito all’attentato ha subito attaccato il neoeletto governo pakistano del vedovo di Benazir Bhutto, incolpandolo di ospitare nel proprio territorio cellule terroristiche islamiche: non dobbiamo però pensare ai pakistani come un gruppo compatto e monolitico di integralisti, bensì come un popolo variegato ed eterogeneo composto per una parte da integralisti. Quella parte, sostiene New Delhi, deve essere ricondotta al controllo dello stato pakistano. Quella parte, nel solo 2008, ha organizzato 8 attentati in territorio indiano per un totale di oltre 450 morti.
Il popolo indiano non si sente protetto, le misure antiterrorismo del POTA Act, varato ad hoc dalle istituzioni indiane per combattere il terrorismo ma utilizzato perlopiù per invadere la privacy dei cittadini, si sono rivelate inadeguate e sono aspramente contestate dalla popolazione metropolitana. L’esasperazione si è riversata in queste ore sulle istituzioni, incapaci di garantire la sicurezza del Paese: moltissime le proteste in questo senso veicolate dai telegiornali nazionali assieme all’orgoglio e alle lodi dirette alle forze armate indiane che hanno reagito prontamente evitando una tragedia di proporzioni ben più grandi.
Ieri sera il telegiornale che stavo seguendo ha chiuso mostrando un foglio stampato e distribuito da un cittadino di Mumbai: “Terrorists, I’m still alive, what else can you do? Government, I’m still alive despite you. I am Mumbaikar”. E’ domenica e l’India ha già alzato la testa.

di Matteo Miavaldi

2 comments on “L’orgoglio indiano riparte da Mumbai”

  1. Ciao Matte e Carola, complimenti per l’articolo..esauriente e diretto…senza giri di parole.
    Complimenti a voi due, per l’età che avete dimostrate una forte sensibilità e grande maturità.
    Siete due ragazzi fantastici.
    Un abbraccio forte.
    Ciao e al prossimo articolo.
    FEDERICO AUTINO

  2. carola e mat buon blog! è vero che doo gli attentati Mumbai tornerà a chiamarsi Bombay? un beso grande ad entrambi


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