Dhaka: flatulenza e modernità

By: majunteo

feb 17 2010

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Ben lontana dall’essere una capitale culturale, Dhaka è un grigio e orripilante inferno di persone, macchine e problemi in cui c’è ben poco da fare, eccetto esasperarsi nel caotico e inquinato ginepraio delle sue strade. Eppure questi ultimi giorni l’hanno vista improvvisamente e simultaneamente evolvere in una città ricca di eventi artistici, religiosi e culturali di importanza addirittura mondiale.

Il repentino salto di qualità che ha promosso Dhaka da congestionata metropoli priva di interesse a entusiasmante città culturale nel cuore dell’Asia è degno di essere osservato con sospetto.

Cominciamo col ricapitolare gli eventi fondamentali che hanno rivoluzionato il Bangladesh nel suo ultimo mese di vita. Col finire del 2008 si è conclusa la strenuante campagna elettorale in cui la Begum (Signora) Khaleda del Bangladesh National Party e la Begum Hasina dell’Awami League si sono contese la carica di primo ministro di un Paese dalle pessime condizioni nel campo dell’economia, dei diritti umani, della secolarizzazione e della lotta alla corruzione.

La stragrande maggioranza della popolazione ha espresso la propria preferenza e il proprio desiderio di speranza e cambiamento votando per l’Awami League, filoindiana e democratica, piuttosto che per il filopakistano BNP (alleato col partito ‘integralista’ Jamiaat al Islam), il cui peso politico è stato praticamente reso nullo dai risultati delle ultime elezioni.

L’Awami league, oltre ad essere il partito che attualmente, dopo la schiacciante vittoria elettorale, siede al governo del Paese, è anche il primissmo partito della storia del Bangladesh. La vittoria della Guerra di Liberazione che nel 1971 ha trasformato il ‘Pakistan Orientale’ in ‘Bangladesh’ non sarebbe stata possibile senza l’impegno e la guida dell’Awami League e del suo leader, Sheikh Mujibur Rahman, padre dell’attuale prima ministra, Begum Hasina.

L’Awami League è perciò strettamente connessa col movimento nazionalista che ha combattuto per l’indipendenza del Paese col supporto economico e militare dell’India.

Questo noiosissimo prologo storico potrebbe essere utile per capre le ragioni e gli strumenti che nel 2009 hanno nuovamente portato alla vittoria la lega Awami e la signora Hasina, erede biologica e storica dei fautori della sanguinolenta e celebratissima indipendenza bengalese.

Da qualche anno a questa parte, la nuova generazione è psicologicamente bombardata da continui messaggi volti a sensibilizzarne la coscienza storica. Decine di documentari sulla guerra del ’71, l’idealizzazione dei freedom fighters, nuovi monumenti agli eroi dell’Indipendenza, la promulgazione massiccia delle opere degli intellettuali e dei poeti considerati fathers of the nation: l’ossessione per la ‘memoria’ ha rinvigorito il patriottismo, sia tra le vecchie leve che tra i giovani ignavi, a tutto vantaggio della formidabile rimonta dell’Awami League che ha conquistato gran parte dei cuori e dei voti promettendo la caccia ai criminali di guerra impuniti.

Ora, mentre degli ultrasessantenni soldati pakistani scontano il loro coinvolgimento nel genocidio più scellerato e meno risaputo della storia davanti ai tribunali bengalesi, la signora Hasina è impegnatissima a soddisfare tutte le altre, nonché alte, aspettative dei suoi sostenitori, che in lei hanno visto una promessa di sviluppo e modernità.

A questo punto possiamo tornare alla nostra grigia e maleodorante Dhaka, che negli ultimi tre giorni è stata inondata dal suddetto ‘vento di novità’, volto a soddisfare l’ottimismo degli speranzosi votanti, sotto molteplici aspetti.

Il 30 Gennaio è stato inaugurato il Chobi Mela, la mostra fotografica più grande dell’Asia: decine di esibizioni sparse per i musei e le gallerie della città che vantano le firme di eminenti artisti di oltre cinquanta diverse nazionalità. Una mostra pluralista, raffinata e ben organizzata il cui filo conduttore è, non a caso, il tema della ‘Libertà’, termine a cui le emotività bengalesi collegano immediatamente le collettive ragioni del loro orgoglio e delle loro ferite.

Quasi contemporaneamente, il 1 Febbraio viene inaugurato, stavolta da Begum Hasina in persona, il Boi Mela, una colossale fiera del libro composta da centinaia di stand di altrettante case editrici, bengalesi e non, sponsorizzato dalla Bangla Academy e volto alla commemorazione dei martiri del Language Movement. Il titolo della fiera, Amar Ekushei (=il mio ventuno), rievoca i tragici eventi del 21 Febbraio 1952, quando centinaia di studenti vennero pubblicamente trucidati dai ‘connazionali’ del Pakistan Occidentale per essersi opposti all’adozione dell’urdu quale lingua nazionale del Pakistan – ancora – unito.

Nel recente fermento culturale che scuote le viscere dell’anonima capitale e accontenta le istanze moderniste dei cittadini in vena di globalizzazione, riecheggiano continue e sottili allusioni alla memoria della guerra contro il Pakistan per la creazione della ‘patria dei bengali’. Memoria che funge da unica ancora su cui saldare l’unità e il sentimento nazionale del Paese insieme all’Islam, la trasversale e coagulante fede in virtù della quale il ’71 sfociò nella nascita del Bangladesh anziché nella riannessione all’India.

A proposito di entrambe queste premesse di stabilità e amor di patria, è interessante notare come precisamente negli stessi giorni del ‘rinascimento culturale’ di Dhaka, dal 30 Gennaio al 1 Febbraio, la città sia stata sede di un evento tutt’altro che secondario: il quarantacinquesimo Biswa Ijtema, ossia il raduno di musulmani più imponente e famoso del mondo (secondo solo al colossale pellegrinaggio alla Mecca), a cui partecipano ogni anno più di due milioni di fedeli provenienti da India, Pakistan, Arabia Saudita, Cina, Malesia, Indonesia, eccetera eccetera, e i più illustri e rinomati teologi dell’Islam. Ispirato dal Tablighi Jamat, un movimento di riforma a stampo tanto internazionalista e apolitico quanto una mostra fotografica panasiatica, il raduno e la sistemazione dei partecipanti hanno sfidato, con ottimi risultati, i mezzi di trasporto, le forze dell’ordine, la sicurezza e l’organizzazione di una città già di per sé malfunzionante, indisciplinata e brulicante di persone che dormono sotto un tetto di naylon e bevono acqua all’arsenico.

E’ a dir poco bizzarro che in una Dhaka dove in genere, a parte le baruffe e gli incidenti stradali, non succede niente di internazionalmente risonante, le date di eventi culturali e religiosi di portata mondiale si ACCAVALLINO. E’ meno assurdo pensare che i sostenitori di un tipo di evento, magari di stampo artistico e mondano, abbiano interesse a sottrarre partecipanti e a deviare l’attenzione da un antitetico evento, altrettanto ‘globale’ ma di matrice religiosa, quindi non-moderno e non-liberale. La stessa matrice religiosa, per altro, che causò l’unione di due regioni tanto distanti geograficamente quanto culturalmente, sotto il nome di Pakistan.

In questo modo, nelle medesime indaffaratissime settantadue ore, gli incalcolabili abitanti della pigra capitale bengalese si sono dovuti dividere fra elitarie scorrazzate intellettuali fra le ultime pubblicazioni, raffinati andirivieni per le accademie d’arte a commentare la qualità dei ritratti in bianco e nero, e interminabili ore di cammino fra l’oceanico marasma umano che ha invaso le strade – in entrambi i sensi di marcia – al termine del Biswa Ijtema, che con un’invocazione di pace e armonia tra i popoli ha mandato a casa centinaia di migliaia di anime pie reduci dal loro annuale ritiro spirituale collettivo. Avvolti chi in una kefia chi in una t-shirt, le teste coperte dall’immancabile copricapo bianco, si avviano accalcandosi sulle barche del fiume Padma, sui tetti dei treni regionali o sulle vie che portano al centro, creando un’impressionante coreografia umana in lento e formicante movimento verso casa.

Nell’impossibilità di rimanere indifferenti alla portata, numerica e metaforica, dell’evento, entrambe le Begum hanno partecipato al’ultima preghiera dell’Ijtema ribadendo, nonostante le maggioritarie smanie di laicità formale, l’innegabile ruolo dell’Islam come forza unificatrice all’interno di un Paese in cui i detentori di una fotocamera digitale si contano sulle punte delle dita e il tasso di alfabetizzazione rasenta l’indecenza.

Il vento è per definizione uno spostamento d’aria da due zone poste a diversa pressione atmosferica. In altre parole, non si può creare vento se si impedisce all’aria di defluire da una zona all’altra.

Ora, se allo stesso popolo si impedisce pragmaticamente, per assenza del dono dell’ubiquità, lo spostamento fra due ambiti altrettanto cari e sostanziali nello spirito della nazione, quali la preservazione della cultura e l’espressione del proprio sentimento religioso, se l’aria non circola e, anzi, ne viene incentivata la dispersione e lo stagnamento, non si può proprio aspirare a nessun famigerato ‘vento di novità’. Cultura e spiritualità vengono manipolate in compartimenti stagni, dove arte e religione sono artificialmente trattati in dicotomia per reciproche e strategiche mosse politiche, quasi fossero i rispettivi soprannomi delle due Begum in rivalità.

di Carola Lorea

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