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	<title>Safar Masala</title>
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	<description>Due mesi tra India e Bangladesh</description>
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		<title>Dhaka: flatulenza e modernità</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Feb 2010 12:46:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>majunteo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ben lontana dall&#8217;essere una capitale culturale, Dhaka è un grigio e orripilante inferno di persone, macchine e problemi in cui c&#8217;è ben poco da fare, eccetto esasperarsi nel caotico e inquinato ginepraio delle sue strade. Eppure questi ultimi giorni l&#8217;hanno vista improvvisamente e simultaneamente evolvere in una città ricca di eventi artistici, religiosi e culturali [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=bandemataram.wordpress.com&amp;blog=5692476&amp;post=196&amp;subd=bandemataram&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://bandemataram.files.wordpress.com/2010/02/img_2889.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-181" title="IMG_2889" src="http://bandemataram.files.wordpress.com/2010/02/img_2889.jpg?w=300&#038;h=200" alt="" width="300" height="200" /></a><span style="color:#000000;"> </span></p>
<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } -->Ben lontana dall&#8217;essere una capitale culturale, Dhaka è un grigio e orripilante inferno di persone, macchine e problemi in cui c&#8217;è ben poco da fare, eccetto esasperarsi nel caotico e inquinato ginepraio delle sue strade. Eppure questi ultimi giorni l&#8217;hanno vista improvvisamente e simultaneamente evolvere in una città ricca di eventi artistici, religiosi e culturali di importanza addirittura mondiale.</p>
<p>Il repentino salto di qualità che ha promosso Dhaka da congestionata metropoli priva di interesse a entusiasmante città culturale nel cuore dell&#8217;Asia è degno di essere osservato con sospetto.</p>
<p>Cominciamo col ricapitolare gli eventi fondamentali che hanno rivoluzionato il Bangladesh nel suo ultimo mese di vita. Col finire del 2008 si è conclusa la strenuante campagna elettorale in cui la Begum (Signora) Khaleda del Bangladesh National Party e la Begum Hasina dell&#8217;Awami League si sono contese la carica di primo ministro di un Paese dalle pessime condizioni nel campo dell&#8217;economia, dei diritti umani, della secolarizzazione e della lotta alla corruzione.</p>
<p>La stragrande maggioranza della popolazione ha espresso la propria preferenza e il proprio desiderio di speranza e cambiamento votando per l&#8217;Awami League, filoindiana e democratica, piuttosto che per il filopakistano BNP (alleato col partito &#8216;integralista&#8217; Jamiaat al Islam), il cui peso politico è stato praticamente reso nullo dai risultati delle ultime elezioni.</p>
<p>L&#8217;Awami league, oltre ad essere il partito che attualmente, dopo la schiacciante vittoria elettorale, siede al governo del Paese, è anche il primissmo partito della storia del Bangladesh. La vittoria della Guerra di Liberazione che nel 1971 ha trasformato il &#8216;Pakistan Orientale&#8217; in &#8216;Bangladesh&#8217; non sarebbe stata possibile senza l&#8217;impegno e la guida dell&#8217;Awami League e del suo leader, Sheikh Mujibur Rahman, padre dell&#8217;attuale prima ministra, Begum Hasina.</p>
<p>L&#8217;Awami League è perciò strettamente connessa col movimento nazionalista che ha combattuto per l&#8217;indipendenza del Paese col supporto economico e militare dell&#8217;India.</p>
<p>Questo noiosissimo prologo storico potrebbe essere utile per capre le ragioni e gli strumenti che nel 2009 hanno nuovamente portato alla vittoria la lega Awami e la signora Hasina, erede biologica e storica dei fautori della sanguinolenta e celebratissima indipendenza bengalese.</p>
<p>Da qualche anno a questa parte, la nuova generazione è psicologicamente bombardata da continui messaggi volti a sensibilizzarne la coscienza storica. Decine di documentari sulla guerra del &#8217;71, l&#8217;idealizzazione dei freedom fighters, nuovi monumenti agli eroi dell&#8217;Indipendenza, la promulgazione massiccia delle opere degli intellettuali e dei poeti considerati fathers of the nation: l&#8217;ossessione per la &#8216;memoria&#8217; ha rinvigorito il patriottismo, sia tra le vecchie leve che tra i giovani ignavi, a tutto vantaggio della formidabile rimonta dell&#8217;Awami League che ha conquistato gran parte dei cuori e dei voti promettendo la caccia ai criminali di guerra impuniti.</p>
<p>Ora, mentre degli ultrasessantenni soldati pakistani scontano il loro coinvolgimento nel genocidio più scellerato e meno risaputo della storia davanti ai tribunali bengalesi, la signora Hasina è impegnatissima a soddisfare tutte le altre, nonché alte, aspettative dei suoi sostenitori, che in lei hanno visto una promessa di sviluppo e modernità.</p>
<p>A questo punto possiamo tornare alla nostra grigia e maleodorante Dhaka, che negli ultimi tre giorni è stata inondata dal suddetto &#8216;vento di novità&#8217;, volto a soddisfare l&#8217;ottimismo degli speranzosi votanti, sotto molteplici aspetti.</p>
<p>Il 30 Gennaio è stato inaugurato il Chobi Mela, la mostra fotografica più grande dell&#8217;Asia: decine di esibizioni sparse per i musei e le gallerie della città che vantano le firme di eminenti artisti di oltre cinquanta diverse nazionalità. Una mostra pluralista, raffinata e ben organizzata il cui filo conduttore è, non a caso, il tema della &#8216;Libertà&#8217;, termine a cui le emotività bengalesi collegano immediatamente le collettive ragioni del loro orgoglio e delle loro ferite.</p>
<p>Quasi contemporaneamente, il 1 Febbraio viene inaugurato, stavolta da Begum Hasina in persona, il Boi Mela, una colossale fiera del libro composta da centinaia di stand di altrettante case editrici, bengalesi e non, sponsorizzato dalla Bangla Academy e volto alla commemorazione dei martiri del Language Movement. Il titolo della fiera, Amar Ekushei (=il mio ventuno), rievoca i tragici eventi del 21 Febbraio 1952, quando centinaia di studenti vennero pubblicamente trucidati dai &#8216;connazionali&#8217; del Pakistan Occidentale per essersi opposti all&#8217;adozione dell&#8217;urdu quale lingua nazionale del Pakistan – ancora – unito.</p>
<p>Nel recente fermento culturale che scuote le viscere dell&#8217;anonima capitale e accontenta le istanze moderniste dei cittadini in vena di globalizzazione, riecheggiano continue e sottili allusioni  alla memoria della guerra contro il Pakistan per la creazione della &#8216;patria dei bengali&#8217;. Memoria che funge da unica ancora su cui saldare l&#8217;unità e il sentimento nazionale del Paese insieme all&#8217;Islam, la trasversale e coagulante fede in virtù della quale il &#8217;71 sfociò nella nascita del Bangladesh anziché nella riannessione all&#8217;India.</p>
<p>A proposito di entrambe queste premesse di stabilità e amor di patria, è interessante notare come precisamente negli stessi giorni del &#8216;rinascimento culturale&#8217; di Dhaka, dal 30 Gennaio al 1 Febbraio, la città sia stata sede di un evento tutt&#8217;altro che secondario: il quarantacinquesimo Biswa Ijtema, ossia il raduno di musulmani più imponente e famoso del mondo (secondo solo al colossale pellegrinaggio alla Mecca), a cui partecipano ogni anno più di due milioni di fedeli provenienti da India, Pakistan, Arabia Saudita, Cina, Malesia, Indonesia, eccetera eccetera, e i più illustri e rinomati teologi dell&#8217;Islam. Ispirato dal Tablighi Jamat, un movimento di riforma a stampo tanto internazionalista e apolitico quanto una mostra fotografica panasiatica, il raduno e la sistemazione dei partecipanti hanno sfidato, con ottimi risultati, i mezzi di trasporto, le forze dell&#8217;ordine, la sicurezza e l&#8217;organizzazione di una città già di per sé malfunzionante, indisciplinata e brulicante di persone che dormono sotto un tetto di naylon e bevono acqua all&#8217;arsenico.</p>
<p>E&#8217; a dir poco bizzarro che in una Dhaka dove in genere, a parte le baruffe e gli incidenti stradali, non succede niente di internazionalmente risonante, le date di eventi culturali e religiosi di portata mondiale si ACCAVALLINO. E&#8217; meno assurdo pensare che i sostenitori di un tipo di evento, magari di stampo artistico e mondano, abbiano interesse a sottrarre partecipanti e a deviare l&#8217;attenzione da un antitetico evento, altrettanto &#8216;globale&#8217; ma di matrice religiosa, quindi non-moderno e non-liberale. La stessa matrice religiosa, per altro, che causò l&#8217;unione di due regioni tanto distanti  geograficamente quanto culturalmente, sotto il nome di Pakistan.</p>
<p>In questo modo, nelle medesime indaffaratissime settantadue ore, gli incalcolabili abitanti della pigra capitale bengalese si sono dovuti dividere fra elitarie scorrazzate intellettuali fra le ultime pubblicazioni, raffinati andirivieni per le accademie d&#8217;arte a commentare la qualità dei ritratti in bianco e nero, e interminabili ore di cammino fra l&#8217;oceanico marasma umano che ha invaso le strade – in entrambi i sensi di marcia – al termine del Biswa Ijtema, che con un&#8217;invocazione di pace e armonia tra i popoli ha mandato a casa centinaia di migliaia di anime pie reduci dal loro annuale ritiro spirituale collettivo. Avvolti chi in una kefia chi in una t-shirt, le teste coperte dall&#8217;immancabile copricapo bianco, si avviano accalcandosi sulle barche del fiume Padma, sui tetti dei treni regionali o sulle vie che portano al centro, creando un&#8217;impressionante coreografia umana in lento e formicante movimento verso casa.</p>
<p>Nell&#8217;impossibilità di rimanere indifferenti alla portata, numerica e metaforica, dell&#8217;evento, entrambe le Begum hanno partecipato al&#8217;ultima preghiera dell&#8217;Ijtema ribadendo, nonostante le maggioritarie smanie di laicità formale, l&#8217;innegabile ruolo dell&#8217;Islam come forza unificatrice all&#8217;interno di un Paese in cui i detentori di una fotocamera digitale si contano sulle punte delle dita e il tasso di alfabetizzazione rasenta l&#8217;indecenza.</p>
<p>Il vento è per definizione uno spostamento d&#8217;aria da due zone poste a diversa pressione atmosferica. In altre parole, non si può creare vento se si impedisce all&#8217;aria di defluire da una zona all&#8217;altra.</p>
<p>Ora, se allo stesso popolo si impedisce pragmaticamente, per assenza del dono dell&#8217;ubiquità, lo spostamento fra due ambiti altrettanto cari e sostanziali nello spirito della nazione, quali la preservazione della cultura e l&#8217;espressione del proprio sentimento religioso,  se l&#8217;aria non circola e, anzi, ne viene incentivata la dispersione e lo stagnamento, non si può proprio aspirare a nessun famigerato &#8216;vento di novità&#8217;. Cultura e spiritualità vengono manipolate in compartimenti stagni, dove arte e religione sono artificialmente trattati in dicotomia per reciproche e strategiche mosse politiche, quasi fossero i rispettivi soprannomi delle due Begum in rivalità.</p>
<p>di Carola Lorea</p>
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		<title>Luna Park Varanasi</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Feb 2010 12:42:14 +0000</pubDate>
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<p style="text-align:left;">
<p style="text-align:left;">Era quasi un mese che giravamo per l&#8217;India, e arrivati a Varanasi abbiamo avuto l&#8217;occasione di sentirci davvero turisti. Appena fuori la stazione del treno, tenendo alto lo sguardo per evitare di dare una forma ed un colore allo squittio di sottofondo individuato a qualche metro dai nostri piedi, ciimbattiamo nella classica schiera di rikshavala, i guidatori di risciò a motore, una delle classi più infide del mosaico indiano; schierati a falange romana, ci si fanno incontro con un sorriso sincero e minaccioso: due ragazzi zaino in spalla, reduci da una nottata in un vagone-letto della seconda classe, sono un bottino da non lasciarsi scappare. Siamo due scie di sangue davanti ad una ventina di squali. Dopo una lunga contrattazione, ci accordiamo per un prezzo secondo noi “indiano”. Convinti di avvicinarci ai ghat, le banchine sul fiume Gange celebri per i riti funebri, il nostro rikshavala si prende la libertà di attuare variazioni sul tema inizialmente pattuito, portandoci davanti ad un tremendo affittacamere di sua conoscenza. Mentre cerca di tesserne le lodi, spacciando quella bettola per una convenientissima sistemazione nota a pochi intimi, Carola trova l&#8217;occasione per rinfrescare il suo hindi da bronx per liquidare il furbone senza<br />
lasciare nemmeno una rupia per il servizio, effettivamente non richiesto.</p>
<p>Il viaggiatore a Varanasi, meglio se intorno alla ventina e agghindato alla freak-chic, non è una persona: è un consumatore spirituale. Il mito della spiritualità, il fascino dell&#8217;esotismo e del sovrannaturale alla Coelho o alla Hesse, ha trasformato Varanasi in un centro commerciale new age all&#8217;aria aperta, in una Gardaland dell&#8217;anima piena di giostre ed attrazioni. C&#8217;è la preghiera in riva al Gange, ci sono corsi di tabla e sitar, ci sono seminari di yoga, reikhi, meditazione di vario genere e santi, o presunti tali,<br />
disposti a riceverti nelle proprie stanze per benedirti e curarti dai tuoi malanni occidentali.<br />
Perché, se sei occidentale e sei a Varanasi, stai cercando sicuramente qualcosa. E quel qualcosa, Varanasi te lo offre in milioni di varianti, accordatealla capienza delle tue tasche. Droghe di ogni genere e in ogni possibile declinazione, dai tortini alla marijuana alle pasticche di LSD, sete, batik, vestiario da sessantottino post illuminazione da Norwegian Wood dei Beatles, pizzerie, ristoranti giapponesi e cioccolaterie tedesche (dove servono anche formaggio svizzero prodotto in Nepal da un esule dei quattro cantoni), feste, concerti, musica live negli alberghi in riva al Gange pieni di giovani lanciati verso la propria quiddità del sabato sera. Nel dedalo di viuzze, le bancarelle si sono specializzate nel marketing religioso: ci sono effigi divine di ogni forma e colore, rosari e polveri colorate per le benedizioni, statue di legno intagliato ed adesivi per le auto. Una S. Giovanni Rotondo politeista.<br />
Ci sono i morti e le pire, gli sguardi torvi dei partecipanti ai funerali, le colonne di fumo e i bagni nelle acque nere del fiume sacro, le stesse sante acque dove le lavanderie fanno il bucato di tutta Varanasi, turisti compresi. Storpi, ciechi, menomati e disperati di ogni risma affollano le vie di Varanasi, al fianco di cani rabbiosi, corvi, maiali e ratti, avvolti dal puzzo degli scarti del mercato ortofrutticolo. Ma sulle strade di Varanasi, dove i marciapiedi svolgono egregiamente le mansioni dei cestini, non sei più un poveraccio affamato: sei il simbolo della spiritualità indiana, della rinuncia al materialismo per una vita di introspezione e meditazione a mani tese. Sei una foto vivente, con tanto di prezzo da contrattare per la propria dignità. Solo le mucche, onnipresenti e libere di scorrazzare ovunque, sembrano non recitare una parte concordata col proprietario del gran bazar dello spirito. Pisciando e cagando in ogni angolo, ruminando qualsiasi cosa passi loro a tiro, sono le vere anticonformiste di Varanasi, la città più sacra e dissacrata dell&#8217;India.</p>
<p>di Matteo Miavaldi</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/bandemataram.wordpress.com/192/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/bandemataram.wordpress.com/192/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/bandemataram.wordpress.com/192/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/bandemataram.wordpress.com/192/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/bandemataram.wordpress.com/192/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/bandemataram.wordpress.com/192/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/bandemataram.wordpress.com/192/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/bandemataram.wordpress.com/192/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/bandemataram.wordpress.com/192/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/bandemataram.wordpress.com/192/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/bandemataram.wordpress.com/192/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/bandemataram.wordpress.com/192/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/bandemataram.wordpress.com/192/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/bandemataram.wordpress.com/192/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=bandemataram.wordpress.com&amp;blog=5692476&amp;post=192&amp;subd=bandemataram&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Andiamo a vedere le tartarughe</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Jan 2009 08:56:53 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Prendete una cartina del Bangladesh, scorrete col dito lungo tutta la baia del Bengala, seguite la linea della costa e fermatevi all&#8217;ultimo puntino arroccato all&#8217;estremo sud della penisola in cui termina il Paese, poco prima della frontiera birmana: Teknaf. Da qui immaginate di prendere una barca di legno del colore della bandiera bengalese, un cerchio [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=bandemataram.wordpress.com&amp;blog=5692476&amp;post=127&amp;subd=bandemataram&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://bandemataram.files.wordpress.com/2010/02/dsc015211.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-199" title="DSC01521" src="http://bandemataram.files.wordpress.com/2010/02/dsc015211.jpg?w=300&#038;h=225" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
<p>Prendete una cartina del Bangladesh, scorrete col dito lungo tutta la baia del Bengala, seguite la linea della costa e fermatevi all&#8217;ultimo puntino arroccato all&#8217;estremo sud della penisola in cui termina il Paese, poco prima della frontiera birmana: Teknaf. Da qui immaginate di prendere una barca di legno del colore della bandiera bengalese, un cerchio rosso in campo verde bosco, carica di sacchi di peperoncini, cetrioli, galline e una manciata di donne in burqa. Dopo tre ore di navigazione, proseguendo verso sud in un lungo faccia a faccia col litorale birmano, vi ritrovereste su un&#8217;isola che forse la vostra cartina nemmeno si preoccupa di segnalare. Vi presento Saint Martin, la piccola perla nascosta del Bangladesh: un minuscolo arcipelago corallino dalle candide spiagge costellate di conchiglie e palme da cocco, la cui acqua, verde e placida come una foglia di banano, pullula di pesci di ogni razza, colore e succulenza, tartarughe, granchi, aragoste, formazioni coralline di ogni forma e tonalità, e nessunissimo bagnante. (Il Bangladesh è uno stato i cui lembi di terraferma galleggiano su miriadi di fiumi e chilometri di golfi, ma in linea generale i bengalesi non sanno nuotare. La pigrizia, in Bangldesh, ha sempre la meglio. Anche sulla necessità.) Insomma, per farla breve Saint Martin ha tutto cio&#8217; che i signori Francorosso e Turisanda potrebbero desiderare per farne un esotico recinto di villaggi turistici per bianche famiglie tediate dalla routine urbana, ma ha anche una peculiarità che le impedisce di essere promossa a &#8216;paradiso tropicale&#8217;.  Nell&#8217;immaginario collettivo occidentale infatti, un&#8217;isola tropicale, per essere un &#8216;paradiso&#8217;, oltre a vantare incantevoli scenari di una natura incontaminata deve essere necessariamente un posto &#8216;sperduto&#8217; e &#8216;deserto&#8217;. Ma Saint Martin, che è innegabilmente un&#8217;isola sperduta, come dimostrano le sue scarse connessioni e comunicazioni col resto del mondo, la sua posizione geografica e la totale mancanza di corrente elettrica, telefoni e mezzi di trasporto tecnologicamente piu&#8217; elaborati della bicicletta, non è affatto definibile con l&#8217;aggettivo &#8216;deserto&#8217;. Infatti sui suoi modesti 25 chilometri quadrati di estensione vivono ad oggi circa 7.500 abitanti che ne fanno probabilmente l&#8217;isola piu&#8217; densamente popolata e rumorosa del mondo, poiché la stragrande maggioranza della sua popolazione è composta da marmocchi dagli 0 ai 12 anni la cui educazione è affidata all&#8217;unica scuola coranica del villaggio. Le pretenziose materie principali, ossia l&#8217;alfabetizzazione elementare e la memorizzazione delle sacre scritture, non sono affatto accolte con passione e disciplina dai bambini di St. Martin, che trovano invece grande soddisfazione nel torturare psicologicamente i primi due bianchi che abbiano mai visto nella loro vita, mostrando il loro sviluppato senso di ospitalità lanciando pietre e altri oggetti contundenti contro i suddetti bizzarri forestieri. La vista di tali insolite e scolorite creature induce le più diverse e curiose reazioni. Alcuni ci scambiano per maghi dagli incredibili poteri sovrannaturali, ragion per cui, dal primo al settimo giorno della nostra permanenza, ci è stato costantemente richiesto di esibirci in giochi di prestigio quali, ad esempio, l&#8217;allungamento delle dita della mano. Altri invece scelgono la strada degli osservatori antropologici, si radunano in schieramenti compatti, accerchiano i visitatori stranieri e li squadrano da cima a fondo, fissandoli instancabilmente per accertarsi della loro appartenenza al genere umano. Per questo ed altri motivi non trascurabili, quali il labile concetto di &#8216;privacy&#8217; nella mentalità bengalese e la scarsa considerazione del sacrosanto valore della discrezione, la visita di St. Martin si sconsiglia fortemente ai viaggiatori di temperamento riservato, timido, facilmente irritabile, a chiunque non abbia voglia di contrarre la sindrome da animale da zoo o di sentirsi osservato e analizzato come fosse il primo uomo rapito dagli alieni. Proseguendo nell&#8217;analisi demografica di St. Martin, esclusa la prepotente maggioranza di bambini, rimangono da discutere almeno quattro categorie di abitanti, tutti fermamente musulmani (tranne la famiglia del barbiere e del suo apprendista tredicenne, di credo induista): gli imprenditori stagionali, le coppie di Dhaka in luna di miele, i rifugiati birmani, e gli autoctoni. Gli imprenditori stagionali sono perlopiù ricchi e scaltri scapoli residenti a Dhaka e laureati in business and menagement, che vivono a St. Martin per sei mesi all&#8217;anno e tornano ai propri appartamenti metropolitani alla comparsa del primo monsone, che coincide con il termine dell&#8217; “alta stagione”. Questi lungimiranti geni del neocapitalismo bengalese, avendo intuito l&#8217;abnorme  potenziale turistico della splendida St. Martin, in meno di cinque anni hanno comprato, a prezzi ridicoli, tutti i terreni dell&#8217;isola escluso qualche centimetro di entroterra, e hanno investito le proprie finanze nella costruzione di un paio di hotel e ristoranti, al momento disertati e scollegati, che si trasformeranno in vere e proprie miniere d&#8217;oro quando l&#8217;industria del turismo scoprirà il Bangladesh. (Mi auguro il più tardi possibile). Le coppiette di neo-sposini di Dhaka e delle altre grandi città bengalesi, unici luoghi dove esiste una fascia di popolazione proto-borghese, insieme ai gruppi di studenti, rigorosamente maschi, della Dhaka University, sono gli unici turisti che di tanto in tanto sbarcano a St. Martin per una mangiata di pesce fresco, una gitarella in barca con una moglie ingioiellata fino alle caviglie e avvolta di tutto punto in un abito tempestato di paiettes, o per una passeggiata in giacca, cravatta e mocassini tirati a lucido sulle lunghe spiagge immacolate. Per puntualizzare, la temperatura media durante il giorno è di circa trenta gradi. A nessun turista bengalese è ancora saltata in mente la bislacca follia di indossare un costume da bagno e fare una nuotata nel mare fresco e cristallino, tant&#8217;è che l&#8217;unico centro per il noleggio di maschere e attrezzatura per diving e snorkeling di St. Martin,  a detta del proprietario, è in perdita di circa duecentomila taka. I rifugiati birmani, come Jahangir e Ahmad, che servono ai tavoli del frugale ristorante Allahr Dan (Dono di Allah), provengono principalmente dalla colonia di Teknaf . Qui decine di migliaia di birmani musulmani, cacciati dal regime pseudobuddista della loro madrepatria, sono strabordati dalla frontiera e hanno cercato asilo politico e aiuto economico, ahimè, in uno dei Paesi più poveri del mondo, musulmano e non. Mentre le Nazioni Unite provvedono agli spiccioli sufficienti al piatto di riso e lenticchie quotidiano e spediscono ogni mese qualche rifugiato in una lontana Svizzera o Inghilterra per placare le furie del governo bengalese, e mentre quest&#8217;ultimo si impegna a ributtare l&#8217;intero campo di rifugati al di là del confine di sua competenza, Jahangir e Ahmad si fanno la “stagione turistica” a St. Martin tentando di mettere da parte un po&#8217; di soldi per l&#8217;improduttiva stagione monsonica, portando vassoi di riso ai tavoli degli abbienti bengalesi in villeggiatura. Gli abitanti autoctoni di St. Martin si occupano prevalentemente di pesce (in tutte le sue possibili sfumature, dalla pesca vera e propria alla pulitura e squamatura sulla spiaggia fino alla vendita in uno dei quattro banchi del bajar) e di noci di cocco, l&#8217;unico prodotto vegetale indigeno e anche l&#8217;unico non soggetto a mostruosi rincari dovuti alle difficoltà di importazione.  Questo, naturalmente, per quanto riguarda gli uomini. Sule donne, a causa delle intransigenti regole di segregazione femminile, dovute molto più alla povertà e alla mancanza di educazione che non ai dettami dell&#8217;islam, non si possono azzardare descrizioni altrettanto veritiere, eccetto la consuetudine di sfornare dai sei agli otto pargoli per nucleo ( o meglio, capanna) familiare, e l&#8217;assoluto rispetto del pordah. (Pordah è l&#8217;insieme delle norme di segregazione per le quali le donne, che siano in spiaggia sotto il solleone o di ritorno alle loro case passata la mezzanotte, nel buio più totale, sono inevitabilmente coperte dalla testa ai piedi dal nero pudore del loro burqa, che lascia intravvedere le pupille e un centimetro di epidermide tra l&#8217;occhio destro e quello sinistro; per questo motivo, alla minacciosa vista di un passante, aprono l&#8217;ombrello e chinano il capo perché la visione dello svergognato centimetro di nudità non intacchi loro la reputazione e la fedeltà coniugale.) La rigorosa aderenza alle forme di condotta esteriore previste dall&#8217;Islam su un&#8217;isola assolata e tropicale, se dal punto di vista dell&#8217;abbigliamento pecca in freschezza e praticità, fa di St. Martin un luogo culturalmente unico; inoltre l&#8217;ossimorica convivenza di svariate componenti etniche ed estrazioni sociali sull&#8217;esiguo territorio isolano, miste all&#8217;afflusso, per ora irrisorio, di arditi viaggiatori occidentali, fa di St. Martin un luogo, a suo modo, cosmopolita. Mentre centinaia di bambini in fila intonano le nenie del Corano ciondolando nei loro cappellini bianchi e i pescatori affaccendati discutono nel loro intruglio dialettale di bangla e birmano, i rari occidentali scontano la bizzarrìa della loro bianchezza tentando impacciatamente di inserirsi nell&#8217;ammirevole pluralismo isolano familiarizzando con la gente e la fauna locale. Se di primo acchito potrebbe risultare difficile abituarsi alla convivenza con topi, ragni giganti e ramarri, superate le prime difficoltà vi capiterà senz&#8217;altro di esser colti dalla smania degli etologi all&#8217;idea di assistere alla famosa incursione quotidiana delle tartarughe che, al riparo delle tenebre, risalgono in branco la spiaggia per andare a deporre le uova. In quel caso non lasciatevi guidare dagli amichevoli pescatori analfabeti dell&#8217;isola e siate previdenti nel ricordare i pro e i contro dell&#8217;ospitalità bengalese: una gita notturna &#8216;per andare a vedere le tartarughe&#8217; potrebbe trasformarsi in un&#8217;interminabile sfacchinata -al buio- lungo l&#8217;intero perimetro sabbioso dell&#8217;isola per poi scoprirne, troppo tardi per trovare una via di scampo, il fine ultimo: una tournée fra le capanne dei parenti, vicini e lontani, del vostro amico pescatore, Mustak, a cui corrispondono altrettante coercitive tazze di tè e altrettante strenuanti richieste di essere immortalati in sorridenti foto-ricordo.  Accecati dai flash e paralizzati dai &#8216;cheese&#8217; davanti all&#8217;obiettivo, vi verrà in mente che l&#8217;unica creatura assomigliante a una tartaruga è la sorella di Mustak, che a quattordici anni ha già un figlio maschio da crescere nella sua capanna di bambù lontana da ogni fonte di acqua dolce e illuminata da una sola flebile lampada ad olio. Quando sorride si copre la bocca col lembo del velo e non immagina che dall&#8217;altra parte del mondo migliaia di persone, un paio di settimane all&#8217;anno, vanno appositamente a piantare una tenda in campeggio e si privano intenzionalmente di vasca da bagno e corrente per una sorta di perversa moda che in Europa si suole chiamare “spirito di avventura”.</p>
<p>di Carola Lorea</p>
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		<title>Ortodossi e debosciati in Gujarat</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Dec 2008 12:35:28 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:center;"><a href="http://bandemataram.files.wordpress.com/2010/02/dsc00757.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-152" title="DSC00757" src="http://bandemataram.files.wordpress.com/2010/02/dsc00757.jpg?w=225&#038;h=300" alt="" width="225" height="300" /></a></p>
<p style="text-align:center;">
<p style="text-align:left;">Come dopo ogni buon matrimonio hindu che si rispetti, anche Bhivika, dopo aver involontariamente sposato Vishal Patel, si è dovuta trasferire a casa del marito, nella modesta cittadina di Jamnagar, in Gujarat. Sotto il suo tetto vivono: Vishal, il suddetto consorte; Krish, il capriccioso figlioletto il cui nome è stato appositamente scelto per ricordare una via di mezzo fra Krishna e Cristo; la nonna , ovvero la suocera di Bhivika: una vecchia signora rispettata dall&#8217;intero quartiere per la sua devozione verso il dio Krishna.<br />
Al secondo giorno del mio ciclo mestruale mi trovavo a casa di Vishal. Il giorno prima, davanti al complesso templare di Mount Abu, leggevo un severo ammonimento scritto in hindi, gujarati e inglese a caratteri cubitali: “Alle donne è proibito entrare nei templi durante il loro &#8216;ritudharma&#8217; ( o  periodo mestruale), pena una maledizione che le obbligherà a subire atroci sofferenze”. Nonostante la tentazione di rimanere fuori dal tempio – se non per rispetto, almeno per scaramanzia – decisi di ignorare l&#8217;avvertimento di Mahavira (profeta e fondatore della religione jaina, nda)  per godere delle raffinatissime decorazioni in marmo bianco che ricoprono a mo&#8217; di merletti le superfici dei templi di Mount Abu. In fin dei conti, a meno di un&#8217;ispezione esageratamente invadente, il mio peccato sarebbe rimasto un innocuo segreto.<br />
La maledizione si riverserà sulla mia blasfemia solo il giorno successivo, quando Bhivika – all&#8217;oscuro dei miei intimi accadimenti ma forte di un intuito femminile al limite della stregoneria – mi proibì apertamente di accedere ai templi di Jamnagar.<br />
Approfitto della mia impura posizione di mestruata/discriminata per osservare dall&#8217;esterno gli effetti dell&#8217;ortodossia gujarati, tra i quali la costante schiera di fedeli che da quarantacinque anni si alternano giorno e notte all&#8217;interno del tempio di Bala Hanuman per cantare “Jai Jai Rama”, una performance da guinness dei primati.<br />
Per il giorno successivo, Vishal ha organizzato una gitarella a Dwarka, una delle città più sacre dell&#8217;India per il suo tempio dall&#8217;imponente e svettante copertura piramidale, in cui una veneratissima statua di Krishna viene quotidianamente lavata, vestita, nutrita di burro, chapati e dolcetti dalle 12 alle 13:30, e messa poi a riposare per il sonnellino pomeridiano fino alle 17. Dopodiché la statua, che non è una raffigurazione ma una vera e propria discesa in terra della divinità, viene riaperta al pubblico di fedeli smaniosi di prostrarsi ai suoi sacrosanti piedi.<br />
In vista di un luogo cotanto puro e miracoloso, il problema delle mie mestruazioni richiama l&#8217;attenzione dell&#8217;intera casa, che indice una riunione familiare presieduta dalla pia e vecchia suocera di Bhivika per stabilire se avrei potuto varcare la soglia del divino suolo di Dwarka.<br />
La suocera, dopo aver ribadito che di norma non si può entrare in alcun tempio se non dopo il quinto giorno di ciclo e un accurato lavaggio di capelli, si lascia persuadere dal figlio e dalla nuora, decisamente più riformisti, e chiude un occhio sui dogmi concedendomi di visitare il Dwarkanath Mandir.<br />
Appena arrivati, la vecchia si getta nelle acque beate della costa di Dwarka per un&#8217;abluzione totale, mentre noi bianchi siamo costretti a firmare un modulo identificandoci in una delle seguenti categorie: A, convertiti all&#8217;induismo; B, devoti di Krishna; C, affezionati ammiratori di Krishna e del suo culto. Non essendoci alcuna alternativa D più vicina alle nostre esigenze, mettiamo riluttanti una croce sulla C e riusciamo, grazie al cielo, ad accedere al santuario cinque minuti prima che  il sipario sul simulacro di Krishna si chiudesse sulla sua pausa-pranzo.<br />
Nel frattempo, una schiera di uomini e donne ricoperti di polveri colorate impiastricciate nel sudore ballano, cantano e si dimenano compiendo un giro in senso orario attorno al tempio. Reggono una cesta che contiene fiori, decorazioni e un&#8217;ampia bandiera colorata da appendere sul cucuzzolo del tempio per ottenere una grazia ( cerimonia per la quale hanno sborsato l&#8217;equivalente in rupie di un matrimonio indiano). Senza nemmeno rendercene conto, ci ritroviamo travolti dalla processione danzante, ci viene appoggiata la cesta sulla testa, e dirigiamo il corteo di devoti impazziti con la netta sensazione che Cristoforo Colombo sia stato accolto analogamente dagli indios. Ma almeno lui non aveva il ciclo.<br />
A parte l&#8217;ammirevole sentimento religioso dimostrato dalle pompose cerimonie di Dwarka e dalle amiche prefiche della suocera di Bhivika che si riuniscono periodicamente a strimpellare lodi a Krishna nel cortile, i fedeli più rigorosi e puritani del Gujarat rimangono pur sempre i jainisti. Infatti per raggiungere i loro luoghi sacri bisogna puntualmente arrampicarsi  lungo i pendii scoscesi delle colline per adempiere a dei pellegrinaggi al limite della crudeltà.<br />
A Sravanabelagola (in Karnataka, nda) l&#8217;itinerario che culmina nell&#8217;enorme scultura di un Mahavira  completamente nudo comprende una scalata di 1500 gradini a piedi nudi sulla pietra rovente .<br />
Stavolta, a Junagarh, ci sono voluti 10.000 gradini, tre ore di scalata e una sveglia alle 4:30 del mattino per non farsi sorprendere dal solleone. Per chi è spinto dalla fede la tortura risulta un&#8217;elogiabile sforzo di redimersi dalle proprie colpe, ma a parte i fedeli, Junagarh è sciaguratamente popolata da una miriade di scolaresche in gita turistica che, al contrario dei silenziosi e meditabondi pellegrini, non esitano affatto a seviziare una povera turista occidentale con insistenti grida, manate, palpate, gesti osceni e quant&#8217;altro. Impotente e terrorizzata dall&#8217;inaspettato agguato in un posto rinomatamente religioso e pacifico, mi precipito giù per i 10.000 gradini in un quarto del tempo impiegato all&#8217;andata.<br />
Per i quattro giorni successivi non riuscirò a muovere i polpacci (l&#8217;epilogo della maledizione di Mahavira).<br />
Ma il Gujarat è una regione talmente vasta e poliedrica da riuscire a contenere al suo interno il ritratto della moralità, il vegetarianesimo rigoroso, l&#8217;intransigenza religiosa, e, al contempo, l&#8217;epicentro della perdizione: Diu.<br />
Piccola località costiera da cui, si dice, si siano imbarcati i terroristi pakistani e gli esplosivi impiegati nel 9/11 di Bombay, Diu è piena di luoghi e personaggi dissonanti col resto del Gujarat. Le sue case colonnate dai colori sgargianti e le sue distillerie di rum ricordano che fu, insieme a Goa e a Daman, una prospera colonia portoghese fino al 1961, quando fu “conquistata” dall&#8217;India indipendente, annessione accolta con ben poco clamore dalla gente del luogo, nostalgica e orgogliosa della sua dipendenza da Lisbona.<br />
A stonare decisamente con le campagne del Gujarat coltivate a cotone, con la sacralità e la minuziosità dei templi di Palitana e con il savoir-faire economico di molti Patel (tipico cognome gujarati, nda), è in primo luogo l&#8217;atmosfera afosa e svogliata delle spiagge di Diu, dove orde di scapoloni indiani impomatati e tirati a lucido fanno le vasche su e giù per il bagnasciuga per spiare  le bianche rotondità delle bagnanti occidentali in bikini, mentre le donne indiane si accontentano della loro consuetudinaria nuotata in sari.<br />
Se il resto dell&#8217;India si riprende dal traumatico eccidio del Taj Mahal Hotel con il solito antidoto, orgoglio e nazionalismo, a Diu si incontrano albergatori che parlano il portoghese, vecchi sarti nati a Lisboa, veterani di guerra che hanno combattuto in Mozambico per l&#8217;esercito del Portogallo.<br />
Qualche decina di chilometri più a sud di Jamnagar, mentre la suocera di Bhivika farfuglia la sua inseparabile Bhagavat Gita e invita le vicine d casa a intonare le litanie serali in onore di Krishna, ci sono chiese edificate qua per Sant&#8217;Antonio e là per San Francesco,  villaggi di pescatori che ridipingono i loro pescherecci tra le ceste di squali e l&#8217;aria impregnata di pesce secco, e processioni di beoni barcollanti che si spostano di bettola in bettola per trangugiare l&#8217;ennesimo sorso di rum al costo di una bottiglia di acqua minerale. Un piccolo idillio di dissipatezza ritagliato, per gentile concessione dei seguaci di Mahavira o per un positivo lascito della colonizzazione portoghese, al margine di una regione imprenditoriale e conservatrice. Una piccola rimini incastonata in pianura padana.</p>
<p style="text-align:left;">di Carola Lorea</p>
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		<title>Il fascino discreto della borghesia gujarati</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Dec 2008 11:02:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>majunteo</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-align:center;margin:0;"><a href="http://bandemataram.files.wordpress.com/2008/12/dsc00682.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-138" title="DSC00682" src="http://bandemataram.files.wordpress.com/2008/12/dsc00682.jpg?w=224&#038;h=300" alt="" width="224" height="300" /></a></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:center;margin:0;"><span style="font-size:small;"><span style="font-family:Times New Roman;"><br />
</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:left;margin:0;">Sul notturno Delhi – Abu Road, Vishal era appollaiato su una delle brandine alte della carrozza sleeper: da sdraiati, la distanza tra naso e soffitto si aggira attorno ai 30 centimetri, poco minore di quella tra l&#8217;orecchio e gli strati di polvere neri sulle pale dei ventilatori, tre ogni sei brandine. Nonostante dicembre fosse appena iniziato, la temperatura all&#8217;interno del treno sfiorava i 25 gradi, tanto da costringermi a dormire nudo dentro il sacco a pelo, mentre Vishal, steso a pochi metri da me, era bardato con sciarpa e berretto come fossimo stati sulla Transiberiana tratto Ulan Bator – Vladivostok: abituati a temperature tropicali per tutto l&#8217;anno, l&#8217;inverno da 25-30 gradi del Rajastan impone alla popolazione autoctona un abbigliamento assolutamente fuori luogo.<br />
Del tutto noncurante delle nostre facce sfigurate dal caldo e dal peso dei nostri zaini, Vishal aveva tentato immediatamente di attaccare bottone in un inglese quasi impeccabile, riuscendo nel suo intento solo il mattino dopo, quando la temperatura superava senza dubbio i 30 gradi e almeno il berretto se l&#8217;era tolto. Ha 30 anni, sposato, con un figlio piccolo, gestisce una piccola fabbrica a Jamnagar (regione del Gujarat) avviata dal padre negli anni &#8217;70 e insiste nell&#8217;invitarci a casa sua appena lasceremo il Rajastan, lasciandoci il suo numero di cellulare e segnandosi il nostro.<br />
A differenza della maggior parte degli indiani, sui quali la filosofia della vacuità del mondo fenomenico ha prodotto risultati dottrinalmente straordinari e pragmaticamente catastrofici, Vishal oscilla tra lo stakanovismo e l&#8217;ossessione compulsiva per l&#8217;organizzazione: poco prima che scendessimo alla nostra fermata, aveva già mobilitato telefonicamente almeno cinque persone per farci avere orari di autobus e treni, prezzi ed ulteriori indicazioni dal Rajastan a Jamnagar, informazioni che per due giorni si è premurato di ripeterci tramite sms e telefonate.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:left;margin:0;">Come da accordi, appena scesi alla stazione di Jamnagar lo abbiamo visto nella sua classica tenuta imprenditoriale: camicia azzurra abbottonata fino al collo ed infilata nei jeans, comode scarpe casual, cellulare con touchscreen nella mano, occhiali da vista appoggiati sul naso sudato, guancia paffutella, stempiatura incombente. Nel tragitto tra la stazione e casa sua ci aveva già istruito sulla tabella di marcia da adottare per il nostro soggiorno, dettagliata al minuto: casa, doccia veloce, colazione/pranzo, entro le 14 in macchina e, con velocità di marcia tra i 60 e gli 80 km/h, arrivo a Dwarka alle 17 (perchè Vishal è stakanovista ma guida piano), visita tempio della durata di massimo due ore, ritorno a Jamnagar per cena, sveglia mattino presto, visita di Jamnagar, visita alla fabbrica, stazione degli autobus, liberi. Un piano così dettagliato non sembrava lasciarci via di scampo, ma appena entrati in casa il povero Vishal si è ricordato di non vivere in Brianza: nelle tre ore tra il suo “esco 10 minuti” e il suo ritorno, seduti immobili davanti al televisore, abbiamo potuto conoscere la sua famiglia. I genitori di Vishal, che per tradizione indiana vivono assieme alla famiglia del figlio maschio, sono una coppia stranamente assortita: il padre passa tutto il giorno nella sua fabbrica o a leggere il giornale sul divano, la madre è invece una sorta di pia induista, prega ogni due ore e ogni pomeriggio assieme alla cricca di amiche religiose del quartiere si organizza per recitare e cantare la Bhagavat Gita in sanscrito, sedute in cortile. Bhivika, la moglie, ha 26 anni ed è laureata in microbiologia, un titolo del tutto ornamentale per adempiere ai compiti che una  brava moglie hindu deve svolgere: cucinare, lavare, pulire, accudire il bambino, sopportare la suocera. Non partecipa alle sessioni giornaliere di lettura dei testi sacri della suocera, fatto che credo non contribuisca all&#8217;amore reciproco tra le due donne di casa.<br />
Krish, l&#8217;ultimo arrivato, ha 3 anni. Il suo nome vuole ricordare un po&#8217; Krishna e un po&#8217; Cristo ma, contro ogni possibile influsso di santità dei due nomi, il piccolo Krish è una peste che tiene in scacco tutta la famiglia, pronta ad esaudire ogni suo capriccio, come ad esempio quello di requisirci l&#8217;accendino per di far finta di darci fuoco e minacciarci di chiamare la polizia per arrestarci, lanciare le bucce dei fagioli per tutta la casa solo per vedere la madre chinarsi e raccoglierle e così via. Se la visita di Jamnagar si è rivelata una corsa in auto con pit-stop davanti ai posti di interesse (“Questo è il tempio, questo il museo, questa la statua, questo l&#8217;altro tempio”) e la città di Dwarka ha fatto solo da sfondo per la caccia alla suocera pia che sgomitava tra le adoranti di Krishna per tutto il tempio, la visita alla fabbrica ha goduto di tutto il tempo necessario per apprezzare a pieno l&#8217;efficienza della produttività della Patel Mechanics: in un capannone nella periferia di Jamnagar, Vishal gestisce 15 operai che realizzano macchinari per stampi di suppellettili in metallo ed acciaio, mercato in India abbastanza fiorente. Tutto il lavoro è realizzato esclusivamente a mano, alla faccia delle macchine e del taylorismo inglese: uno avvita, uno picchia col martello, uno tiene fermo il pezzo, uno dipinge con la mano appoggiata sulla bocca per non respirare le tossine, uno scartavetra il metallo grezzo ricavato da materiali riciclati. Non realizza utili stratosferici, produce solo dietro ordine, si accorda coi clienti a voce, senza aver bisogno né di firme né di acconti, conosce tutti i suoi operai per nome. In 30 anni di attività la ditta non ha mai licenziato nessuno, non hanno mai acceso un mutuo né chiesto un prestito. Sulla via del ritorno Vishal mi ha spiegato la sua filosofia di mercato: se guadagno 100, alla fine dell&#8217;anno devo mettere da parte 20, consumo solo quello che serve per mandare avanti la mia famiglia, niente lussi inutili, niente ambizioni di diventare miliardario, non credo nell&#8217;economia virtuale né nella borsa, voglio vivere tranquillo e lasciare qualcosa per Krish quando me ne andrò.<br />
Fosse nato in Italia, Vishal, non gli avrebbero fatto gestire nemmeno la tombolata di Natale in parrocchia.</p>
<p>di Matteo Miavaldi</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/bandemataram.wordpress.com/57/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/bandemataram.wordpress.com/57/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/bandemataram.wordpress.com/57/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/bandemataram.wordpress.com/57/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/bandemataram.wordpress.com/57/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/bandemataram.wordpress.com/57/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/bandemataram.wordpress.com/57/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/bandemataram.wordpress.com/57/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/bandemataram.wordpress.com/57/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/bandemataram.wordpress.com/57/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/bandemataram.wordpress.com/57/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/bandemataram.wordpress.com/57/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/bandemataram.wordpress.com/57/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/bandemataram.wordpress.com/57/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=bandemataram.wordpress.com&amp;blog=5692476&amp;post=57&amp;subd=bandemataram&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Tappriah: lezioni di ospitalita&#8217; punjabi</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Dec 2008 14:44:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>majunteo</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal"><a href="http://bandemataram.files.wordpress.com/2010/02/img_2335.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-173" title="IMG_2335" src="http://bandemataram.files.wordpress.com/2010/02/img_2335.jpg?w=300&#038;h=200" alt="" width="300" height="200" /></a></p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">
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<div class="MsoNormal">Raggiungere Tappriah, remoto villaggio del Punjab a due ore da Ropar, ci ha indiscutibilmente dimostrato l&#8217;efficacia del culto di Guru Nanak, il venerabile patriarca dei Sikh che vanta il viso meno convincente di tutta la storia dell&#8217;iconografia religiosa mondiale. Baktawar Singh, un amico punjabi di Civitavecchia, aveva avuto la premura di lasciarci una serie di numeri telefonici dei suoi parenti di Tappriah che, contattati per tempo, si sarebbero mobilitati per portarci sani e salvi al villaggio; quando dopo una serie di telefonate in inglese-hindi-punjabi i numeri in nostro possesso si sono rivelati tutti sbagliati, la nostra causa ha mosso la compassione dell&#8217;autista turbantato del bus Amritsar &#8211; Nur Pur Bedi che dopo tre ore quasi ininterrotte di strombazzamento clacson e sorpassi da ergastolo è riuscito, sia lode al sikhismo, a contattare dei conoscenti del villaggio che sapevano del nostro arrivo.</div>
<p>Dei 250 abitanti di Tappriah la maggior parte sono mogli o sorelle di emigrati in Italia che vivono dei risparmi spediti dai consorti assieme a figli, nipoti, nonni e mucche. La casa di Singh, al centro del villaggio e dietro l&#8217;immancabile gurudwara (tempio Sikh), è enorme e spoglia: tre camere da letto, cucina, ampio corridoio e veranda al secondo piano sono totalmente prive di un qualsiasi oggetto di arredo o abbellimento, escludendo chiaramente le foto serissime dei mariti in Italia, le stesse che fanno da sfondo ai cellulari delle loro mogli. Infatti se in tutta la casa non c&#8217;è un filo di stucco sulle pareti o un mobile ad abbellire il soggiorno, non c&#8217;è donna di Tappriah tra i 20 e i 70 anni che non sia munita di cellulare ultramoderno, aggeggi da minimo 200 euro (in Europa): una scelta, credo, dettata dall&#8217;estremo senso di utilità col quale qui si conduce la propria esistenza. Essendo la banca e i conti correnti concetti distanti anni luce dalla campagna del Punjab, gli investimenti sono indirizzati sempre verso l&#8217;utile, ma onorando la tradizione: attorno a noi vediamo mucche e secchielli per il latte appena munto affiancati da motociclette ed automobili (anche più di una per famiglia), brande di corda intrecciata a mano dove si cucina, mangia, riposa e chiacchiera poco lontano da lavatrici nuove di pacca (i due nuclei famigliari attorno alla casa di Singh ne avevano 3), cessi esterni senza carta igienica e pennette USB per tenere le foto della gita a Gardaland assieme al marito impiegato in un caseificio di Piacenza: le memorie digitali del marito che si vede una volta ogni 2/3 anni a Tappriah non valgono una mano di bianco nell&#8217;atrio.</p>
<p>L&#8217;ospitalità riservata è degna della provincia di Ragusa: tutti i pasti, rigorosamente consumati in camera da soli sotto gli occhi vigili dei nostri ospiti, diventano un compromesso tra la capienza dello stomaco e il grado di compiacenza dovuto alla gentilissima moglie di Singh, gentile anche quando alle 8 di mattina si presenta in camera con un piatto pieno di parata mulli, una specie di piadina di rape e cipolle, accompagnato da chatni, piccantissimo contorno a base di mango; il piatto è da riconsegnare lindo, allo stomaco non ci si pensa.<br />
I nostri tre giorni a Tappriah, dove si va a dormire al tramonto e ci si sveglia alle 4 e mezza con le preghiere del gurudwara diffuse live in tutto il villaggio da una serie di megafoni (uno dei quali situato ad un metro e mezzo circa dal mio orecchio), sono trascorsi nella condizione di ostaggi dorati delle 3 donne di casa: la moglie di Singh, mater familias della casa, Parmindar, la cuoca cognata di Singh dalle gambe più pelose che abbia mai visto, e la dolce Jaswindar, 23enne studentessa di informatica fresca fresca di fidanzamento: dopo aver visto un mese fa per la prima volta il proprio fidanzato scelto dalla famiglia (che ci mostra orgogliosa nelle foto della cerimonia), lo rivedrà per la seconda volta solo in nostra presenza, senza potergli né sedere accanto né parlare. Il matrimonio è fissato tra un paio d&#8217;anni, all&#8217;insegna dell&#8217;attesa del ritorno dei parenti dall&#8217;Italia e dei sogni di una vita tra figli da crescere e compromessi da fare: il futuro marito, un bracciante del villaggio accanto tutto “sigarette di nascosto e integratori di vitamine”, potrebbe non permetterle di continuare la sua brillante carriera di ingegnere informatico.<br />
Appena usciti dalla nostra camera matrimoniale, notevole concessione per un Paese dove non esiste contatto fisico pre-matrimoniale a sfondo sessuale, veniamo esplicitamente costretti ad un&#8217;abluzione totale nella doccia di casa, requisito essenziale per accedere alla sacralità dei templi sikh. Infatti in un solo giorno solare le tre donne, attraendoci con l&#8217;inganno in un presunto “giro della città di Anandpur Sahib”, ci hanno scarrozzato in tutti i gurudwara presenti tra il villaggio e la città: in tutto 5, per un totale di 5 ore di peregrinaggio a piedi scalzi, 50 inchini davanti a riproduzioni ed effigi di guru e, soprattutto, 5 manciate piene di prasad, dolci a base di semolino, burro e zucchero da offrire e mangiare al tempio; se la prima manciata potevamo considerarla come un&#8217;offerta melassosa alla santità di Guru Nanak, l&#8217;ultimo boccone somigliava più ad una punizione immeritata.</p>
<p>Il giorno seguente, pianificato come “giro della città di Ropar”, si è presto rivelato un&#8217;altra trappola: accompagnati stavolta dal fidanzato di Jaswindar e dalla cuoca pelosa, abbiamo fatto il giro delle case di tutti i parenti, amici, conoscenti ed affini della provincia. In ogni casa, ricavata tra la stalla per le mucche e i terreni coltivabili pieni di fango, la tazza di chai, the speziato allungato col latte, aspettava minacciosa di essere ingurgitata tra una foto e un sorriso a 32 denti di fronte ad emeriti sconosciuti che ci trattavano come dei figli. Come gran finale abbiamo anche presenziato alla festa di compleanno di un vecchietto del villaggio vicino: tutti seduti per terra in fila, uomini in una e donne nell&#8217;altra, abbiamo consumato il classico pasto di lenticchie, piadine e yoghurt, affiancati questa volta dal sarson ka sal, una purea verdognola di foglie di senape e curry dalla curiosa particolarità, scoperta solo il mattino dopo, di venire espulsa dall&#8217;organismo nella stessa consistenza e colorazione assunte all&#8217;entrata.</p>
<p class="MsoNormal">Il terzo giorno, insistendo contro la volontà della mater familias che esigeva la nostra presenza almeno per una settimana, siamo ripartiti alla volta di Patiala per raggiungere la nostra coincidenza per New Delhi: Jaswindar, piangendo, ci abbraccia e ci invita al suo matrimonio, tra due anni; personalmente, dopo aver passato tre splendidi giorni in compagnia di una brillante studentessa di informatica dall&#8217;inglese fluente, avrei preferito, per lei, un invito alla cerimonia di laurea.</p>
<p>di Matteo Miavaldi.</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/bandemataram.wordpress.com/18/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/bandemataram.wordpress.com/18/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/bandemataram.wordpress.com/18/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/bandemataram.wordpress.com/18/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/bandemataram.wordpress.com/18/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/bandemataram.wordpress.com/18/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/bandemataram.wordpress.com/18/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/bandemataram.wordpress.com/18/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/bandemataram.wordpress.com/18/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/bandemataram.wordpress.com/18/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/bandemataram.wordpress.com/18/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/bandemataram.wordpress.com/18/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/bandemataram.wordpress.com/18/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/bandemataram.wordpress.com/18/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=bandemataram.wordpress.com&amp;blog=5692476&amp;post=18&amp;subd=bandemataram&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Elogio alla scimmia</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Dec 2008 14:37:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>majunteo</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal"><a href="http://bandemataram.files.wordpress.com/2010/02/img_2471.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-174" title="IMG_2471" src="http://bandemataram.files.wordpress.com/2010/02/img_2471.jpg?w=315&#038;h=210" alt="" width="315" height="210" /></a></p>
<p class="MsoNormal">
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<p class="MsoNormal">Delhi è di certo la città che meno si presta al prestigioso epiteto di &#8216;capitale&#8217;. Ad aggirarsi nei suoi sobborghi, ci si chiede come diavolo faccia uno stato moderno ad essere organizzato ed amministrato in un tale pandemonio. Congestionata da quattordici milioni di anime e da altrettanti milioni di nullatenenti sfollati, autoriksha petulanti, mucche dissacrate e generazioni di nuovi ricchi, Delhi trasuda paradossi da ogni vicolo.</p>
<p class="MsoNormal">I paradossi di Delhi non si limitano però alla ripetutamente decantata ed antitetica convivenza di tradizione e modernità, grattacieli e baraccopoli, mercedes e carretti trainati dagli asini, e via dicendo. Gli ossimori più stupefacenti di Delhi sono piuttosto da rintracciare nel microcosmo della sua quotidianità. Ad esempio nelle sue strade, dove possono regolarmente circolare – del tutto impuniti – migliaia di autoveicoli fatiscenti, scassoni cancerogeni, bolidi seguiti da un&#8217;irrespirabile scia di fumo grigionero, e dove, per contro, è severamente vietato – nonché perseguibile a norma di legge – accendere una sigaretta, “al fine di limitare l&#8217;inquinamento atmosferico”.</p>
<p class="MsoNormal">Nei suoi larghi e moderni viali alberati, a fianco dei grandi hotel e delle loro stelle al neon, si sdraiano i marciapiedi che fanno da hotel ad una cospicua parte della popolazione notturna che di stelle ha solo quelle che la cappa di smog lascia intravedere; a fianco degli élitari negozi di capi firmati e dei cafè tirati a lucido, si possono leggere gli onnipresenti ammonimenti “vietato pisciare contro questo muro” e “vietato sputare qui”, imperativi a cui gli indiani rispondono con cordiale indifferenza.</p>
<p class="MsoNormal">Nei suoi numerosi e vivaci cinema dove, data l&#8217;efficacia della pudica ed ultraconservatrice censura indiana, non sono mai comparse né chiappe né copulazioni né tantomeno limonate tra fidanzati, è stata finalmente proiettata la scena di un bacio della durata di ben sette secondi. Mi riferisco all&#8217;attesissima pellicola di nome &#8216;Dostana&#8217;, che vanta la presenza del celebre Abishek Bacchan e del primo bacio nella storia di Bollywood. Trattasi però di un bacio omosessuale tra i due protagonisti del lungometraggio; trasgressivi sì, ma mai contro la tradizione.</p>
<p class="MsoNormal">Il paradosso di Delhi è quello di una metropoli moderna – e, a suo dire, occidentalizzata &#8211; dall&#8217;anacronistico (ma estremamente pratico) sistema di raccolta differenziata dei rifiuti, basato sulla collaborazione di capre, cani, corvi e maiali di città, la cui voracità contribuisce al riciclaggio di tutto il materiale commestibile, e sulla disperazione dei poveri più poveri, che per poche rupie smanettano a mani nude nei cumuli di immondizia per racimolare prodotti cartacei e bottiglie di plastica da riconsegnare su compenso ai rispettivi produttori.</p>
<p class="MsoNormal">Paradossale è anche la reazione della municipalità di Delhi di fronte al sequestro di bombe nascoste negli autoriksha e all&#8217;insistente minaccia di attentati terroristici, a cui le forze dell&#8217;ordine rispondono NON aumentando i controlli in metropolitana, dove una coppia di poliziotti trasandati rovista svogliatamente nei bagagli dei passeggeri sospetti, bensì aumentando il numero di cartelloni che spronano i gentili cittadini ad avvertire immediatamente le autorità nel caso si avvistino valigie abbandonate. La situazione non è molto diversa nemmeno nelle grandi railway stations della capitale, dove su dieci entrate solo una è provvista di un metal detector, disertato e bistrattato, da cui si entra e si esce che è una meraviglia. In compenso, se si deve partire con i minuti contati, occorre tenere a mente che il binario da cui parte il proprio treno non coincide mai con quello indicato dal tabellone centrale né con quello suggeritovi dal personale della stazione, e che dal corridoio principale si arriva solo ai binari di numero dispari nonostante sui cartelloni siano riportati, con tanto di frecce indicative, anche quelli pari.</p>
<p class="MsoNormal">Ma non lasciatevi ingannare né intimorire dalle stranezze con cui Delhi si presenta tutt&#8217;oggi al visitatore; nonostante le sue incongruenze, la capitale indiana è pur sempre una megalopoli ricca di fascino, di cultura, di storia e di opportunità per le quali chiunque abbia un po&#8217; di soldi e di buona volontà può facilmente inventarsi un business sicuro e promettente. Delhi è una sorta di “zio d&#8217;America” al contrario, dove immigrano sia una moltitudine di indiani delle regioni più povere, sia una moltitudine di &#8216;extracomunitari&#8217;, bianchi, dalle condizioni economiche modeste e dal tenore di vita medio-basso, che tentano il &#8216;ricomincio da zero&#8217;. In una Delhi dove con un salario mediocre si vive da nababbi, chiunque abbia il coraggio di voltare le carte e sfidare il caldo, il puzzo e la sorte, si può fingere imprenditore e svoltare un patrimonio producendo beni e servizi per i &#8216;nuovi ricchi&#8217;. Dagli antifurti alle assicurazioni, dal parmigiano alle calzature, con un po&#8217; di lungimiranza si intuisce che, in una città dallo sviluppo alla ribalta, nel campo del &#8216;lusso&#8217; è ancora tutto da fare, da vendere e da scoprire. Delhi pullula di investimenti vantaggiosi ancora da intraprendere, i prezzi degli immobili sono in continua e repentina ascesa, le università del sapere tecnico e scientifico sono all&#8217;avanguardia, una metropolitana capillare ed efficiente ( la cui costruzione è stata affidata ad un&#8217;azienda giapponese per non rischiare di sedimentare per decenni nella lentezza dei lavori statali indiani&#8230;) sarà completata nel 2010 e in qualche shopping mall si cominciano a vedere minigonne e colpi di sole. Ma a discapito dei fast food, delle pizzerie, dei nuovi campi da golf e della quantità di baldanzosi ingegneri sfornati di anno in anno, noncurante delle mode e dei vizi del mondo post-industriale, una scimmia spensierata fa capolino dai balconi di Old Delhi e continua la sua promenade tra i grovigli penzolanti dei fili della corrente elettrica. Testimonianza vivente di una possibile coesistenza fra i vari stadi dell&#8217;evoluzione&#8230;anche economica.</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">di Carola Lorea</p>
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		<title>L&#8217;orgoglio indiano riparte da Mumbai</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Dec 2008 14:36:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>majunteo</dc:creator>
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<p class="MsoNormal" style="margin:0;">La scritta “l&#8217;India non dimentica” scorre sotto le immagini del blitz terroristico di Mumbai in tutti i telegiornali del palinsesto di New Delhi: a poche ore dalla fine del più grave attentato su suolo indiano, che in tre giorni ha provocato 195 vittime innocenti e più di 300 feriti, l&#8217;India sembra sostituire la rabbia al dolore, interrogandosi su chi abbia pianificato e realizzato un&#8217;operazione tanto letale quanto maniacalmente preparata in ogni minimo dettaglio e, soprattutto, su come possa essere successo.<br />
I terroristi hanno attaccato simultaneamente l&#8217;Oberoi Hotel e il Taj Hotel, simbolo della città e dell&#8217;orgoglio nazionale, occupandoli e sequestrandone i clienti, mentre nel resto della città una serie di bombe deflagravano nei pressi di cinema, ospedali, stazioni, caffè e nel quartiere ebraico di Mumbai: secondo la mappa pubblicata nell&#8217;edizione di venerdì 28 novembre del “The Hindu” (giornale di destra vicino al partito nazionalista hindu BJP) sono più di 10 le diverse zone colpite dai terroristi nella municipalità di Mumbai, tra le quali il Leopold Cafè e il Taj Hotel, sempre pieni di turisti occidentali. Le ultime notizie sembrano confermare i sospetti delle prime ore: tutti i terroristi, più di 25, erano compresi tra i 18 e i 28 anni, avevano passaporto pakistano e risultavano iscritti ad alcuni college indiani, alcuni avevano addirittura lavorato in passato all&#8217;interno del Taj Hotel. Sarebbero tutti entrati in India via mare dal porto di Karachi (Pakistan) dopo un corso di addestramento di alcune settimane in Pakistan. In tre giorni di battaglia i Corpi Speciali dell&#8217;esercito indiano sono riusciti a neutralizzare la minaccia, uccidendo gran parte del commando ed arrestandone una decina di componenti, ora sotto interrogatorio.<br />
L&#8217;obiettivo era ricreare un nuovo 11/9 indiano facendo esplodere il Taj Hotel, catastrofe che si stima avrebbe provocato più di 5000 vittime. La spettacolarità dell&#8217;intera operazione e le 26 vittime occidentali hanno garantito l&#8217;eco internazionale ai terroristi, presumibilmente affiliati alla Lashkar-e-Taiba, organizzazione terroristica musulmana del Pakistan, che ad oggi non ha ancora rivendicato la paternità dell&#8217;attacco.<br />
Mentre a Mumbai l&#8217;incubo iniziava, mi trovavo ad Amritsar, la principale città della regione del Punjab, ospite di Mr. Singh, agente di viaggio e religioso Sikh. Il Punjab è diviso a metà dal confine indo-pakistano e, mi spiegava Singh, tra punjabi indiani e punjabi pakistani c&#8217;è un vincolo simile alla fratellanza, come fossero due gemelli divisi alla nascita.<br />
La varietà delle etnie indiane e pakistane raccolte nei rispettivi stati è un elemento di importanza cruciale per capire la situazione di questa parte di mondo e, soprattutto, per evitare di scadere nel sensazionalismo e nelle facili conclusioni. Il governo indiano in seguito all&#8217;attentato ha subito attaccato il neoeletto governo pakistano del vedovo di Benazir Bhutto, incolpandolo di ospitare nel proprio territorio cellule terroristiche islamiche: non dobbiamo però pensare ai pakistani come un gruppo compatto e monolitico di integralisti, bensì come un popolo variegato ed eterogeneo composto per una parte da integralisti. Quella parte, sostiene New Delhi, deve essere ricondotta al controllo dello stato pakistano. Quella parte, nel solo 2008, ha organizzato 8 attentati in territorio indiano per un totale di oltre 450 morti.<br />
Il popolo indiano non si sente protetto, le misure antiterrorismo del POTA Act, varato ad hoc dalle istituzioni indiane per combattere il terrorismo ma utilizzato perlopiù per invadere la privacy dei cittadini, si sono rivelate inadeguate e sono aspramente contestate dalla popolazione metropolitana. L&#8217;esasperazione si è riversata in queste ore sulle istituzioni, incapaci di garantire la sicurezza del Paese: moltissime le proteste in questo senso veicolate dai telegiornali nazionali assieme all&#8217;orgoglio e alle lodi dirette alle forze armate indiane che hanno reagito prontamente evitando una tragedia di proporzioni ben più grandi.<br />
Ieri sera il telegiornale che stavo seguendo ha chiuso mostrando un foglio stampato e distribuito da un cittadino di Mumbai: “Terrorists, I&#8217;m still alive, what else can you do? Government, I&#8217;m still alive despite you. I am Mumbaikar”. E&#8217; domenica e l&#8217;India ha già alzato la testa.</p>
<p>di Matteo Miavaldi</p>
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		<title>We are arrived in Amritsar</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Dec 2008 14:25:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>majunteo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-align:left;margin:0;"><span style="font-size:small;font-family:Times New Roman;"> </span></p>
<p><a href="http://bandemataram.files.wordpress.com/2010/02/img_2196.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-168" title="IMG_2196" src="http://bandemataram.files.wordpress.com/2010/02/img_2196.jpg?w=300&#038;h=200" alt="" width="300" height="200" /></a></p>
<p>We are arrived in Amritsar, la città santa del popolo e dell&#8217;orgoglio sikh. Situata ai margini del Punjab, la fertile regone dai cinque fiumi, la città è stata fondata alla fine del sedicesimo secolo dal quarto capo spirituale del lignaggio sikh, Guru Ram Das, e il suo nome significa &#8216;lago di ambrosia&#8217;.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:left;margin:0;">Ma a discapito dell&#8217;allettante etimologia , ad accogliere il visitatore non è il dolce nettare divino, bensì un forte olezzo di zolfo ed escrementi, che ne fa una delle città più puzzolenti del subcontinente (ad eccezione dell&#8217;insuperabile Agra e della sua famosa &#8216;eau de fognature&#8217;). Al conturbante miscuglio olfattivo di smog ed acque putrescenti si aggiunge una quantità spropositata di polvere, che appiccicandosi senza tregua all&#8217;aria, ai vestiti e alle narici, sta a ricordare come Amritsar sia miracolosamente sorta da una piana semidesertica. Ma le enormi cupole d&#8217;oro che fanno capolino dallo smog e svettano sugli edifici fatiscenti di Amritsar dimostrano che anche nel sabbioso inferno urbano può sorgere un&#8217; oasi di pace e tranquillità. E&#8217; il Golden Temple, l&#8217;enorme gurudwara (luogo di culto della religione sikh, nda) che si protegge dagli schiaffi della modernità nelle sue gigantesche mura quadrate e bianche, contenenti il famigerato lago di nettare da cui la città prende paradossalmente il nome. Indifferente ai tubi di scappamento degli autoriksha e ai cumuli di spazzatura, il Golden Temple è un serafico rifugio, un luogo di raccoglimento, un simbolo perfetto della filantropia e dell&#8217;organizzazione della comunità sikh, un capolavoro architettonico e anche la meta turistica di giovani compagni di scuola indiani, che si dilettano a straziare gli occidentali con le loro ossessive richieste di foto-ricordo.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:left;margin:0;">Al Golden Temple, luogo estremamente puro per tradizione e per la quantità di volontari che passano le loro giornate a lucidarne i pavimenti, si può accedere solo dopo essersi, in ordine:</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:left;margin:0;">-tolti le scarpe</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:left;margin:0;">-lavati mani e bocca ai lavandini comuni</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:left;margin:0;">-sciacquati i piedi nella vasca comune all&#8217;entrata (di cui i fedeli bevono l&#8217;acqua, poiché la devozione va al di là del pensiero che per quella stessa acqua siano passati miliardi di piedi scalzi di altrettanti pellegrini)</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:left;margin:0;">-segnati capo e cuore con la mano che ha toccato reverenzialmente il primo gradino di accesso al tempio</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:left;margin:0;">-prostrati in adorazione, con la fronte che tocca terra, davanti al maestoso spettacolo che si svela agli occhi del pellegrino dopo aver superato il porticato perimetrale: l&#8217; Hari Mandir, il santuario d&#8217;oro in cui i dotti &#8216;baba&#8217; cantano ininterrottamente i versi contenuti nel librone sacro dei sikh, l&#8217; Adi Granth. Nonostante il mormorio di perle spirituali in punjabi sia molto piacevole, il fatto che l&#8217;Adi Granth venga recitato tutti i giorni a partire dalle 4:30 del mattino e sparato sincronicamente dai ripetitori situati in ogni angolo della città a massimo volume, fa passare ogni possibile desiderio di conversione. L&#8217;Hari Mandir è uno scrigno aureo che galleggia su un quadrato di acqua santa in cui i fedeli si bagnano dopo essersi sfilati i vestiti e le scarpe ma non il pugnale, da tenersi sempre e rigorosamente a tracolla. Il pugnale, kirpaan, rappresenta infatti uno dei cinque segni, le &#8216;cinque k&#8217;, dei fedeli sikh, e simboleggia il coraggio e la vigorosa reazione alle reazioni e alle ingiustizie che da sempre ha contraddistinto l&#8217;identità sikh, un&#8217;identità marziale, militante (anche politicamente, se si considera il retroterra religioso del separatismo punjabi degli anni 80), orgogliosa dei suoi martiri e dei suoi guru guerrieri, come Guru Deep Singh, che continuò a combattere con in mano la propria testa, mozzatagli dal nemico.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:left;margin:0;">A discapito dei segni esterni di feroce virilità di cui i Sikh si sono ricoperti storicamente per necessità di autodifesa e di coesione interna, questi uomini alti e inturbantati, dalla barba folta e dai baffi nterminabili, sono in realtà dediti ad una straordinaria gentilezza, disponibilità ed altruismo. Lo dimostra l&#8217;organizzazione interna che manda avanti il Golden Temple, in cui con il lavoro di migliaia di volontari si accolgono, si osptano e si nutrono altrettante migliaia di pellegrini.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:left;margin:0;">Ci inseriamo nella società perfetta miniaturizzata nel Golden Temple mangiando seduti a terra in fila con gli altri fedeli, lavando e insaponando centinaia di piatti e scodelle, sbucciando piselli, bevendo il chai con sacerdoti, battezzati e &#8216;chirichetti&#8217; del tempio, inoltrandoci nelle cucine dove ogni giorno si sfornano tonnellate e tonnellate di chapati e lenticchie per centinaia di migliaia di bocche. Lì, nella cricca di donne che impastano la farina e ci mostrano impettite il loro pugnale sfolgorante, conosciamo l&#8217;ultimogenita di quella guardia del corpo che nel 1984 uccise il primo ministro indiano Indira Gandhi, colei che, sfidando l&#8217;ardore della comunità sikh, ordinò all&#8217;esercito indiano e ai carri armati di entrare nel Golden Temple e massacrare coloro che vi si erano rifugiati.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:left;margin:0;">
<p class="MsoNormal" style="text-align:left;margin:0;">We are arrived in Amritsar, è il titolo di un racconto breve di un giovane scrittore indiano. E&#8217; la storia di un tragico esodo e dell&#8217;odio intracomunitario fra indù e musulmani, ambientato nel 1948, l&#8217;anno dell&#8217;indipendenza, della separazione fra India e Pakistan e, di conseguenza, della divisione del Punjab. Il Punjab, dimezzato e ripartito fra la frontiera indiana e quella pakistana, è stato da allora il palcoscenico storico di tragedie, stragi e lotte intestine. Sui treni da Lahore (prima capitale del Pakistan indipendente, nda) ad Amritsar si ammassavano  migliaia di famiglie che si erano trovate a dover abbandonare la propria casa, la propria città ed ogni altro bene, costrette all&#8217;esodo da qualche lontana e inspiegabile controversia politica che portò alla creazione di uno &#8216;stato puro&#8217; ( Pakistan) per i musulmani, e di un&#8217;India formalmente laica per gli indiani. Le frontiere che incidono il Punjab sono le tombe di milioni di profughi, i sentieri di milioni di traslochi, le trincee di milioni di sparatorie e il simbolo delle tormentate relazioni tra India e Pakistan. I cancelli che dividono artificialmente i punjabi di Lahore dai punjabi di Amritsar sono i graffi geografici di un&#8217;unità stracciata, una separazione forzata che diede il via ad una serie di antagonismi e di polarizzazioni che di giorno in giorno si radicalizzano. Il confine tra Lahore e Amritsar è notoriamente la cerniera di un&#8217;area dilaniata dall&#8217;instabilità politica e dai reciproci sospetti. Dal cancello, dopo il posto di blocco, si può spiare una bandiera verde su cui la luna islamica asserisce in bianco la sua priorità. Si può spiare un Pakistan disintegrato nelle sue etnie e nelle sue tribù, un Pakistan debole e alla costante ricerca di una legittimazione esterna. Si può spiare un governo di cartapesta dalla retorica accuratamente messa a punto, ma dalla coesione cronicamente pericolante. E a spiare dalle grate di quel cancello c&#8217;è un&#8217;India che addita, spavalda e ferita dagli interminabili attentati che hanno cercato di spaurirla, tutte le lacune e le incapacità politiche  del suo fragile ma minaccioso confinante.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:left;margin:0;">Per tutte queste ragioni e per tutti i più recenti accadimenti che hanno ribadito la tacita e irrisolta inimicizia tra India e Pakistan, non ci si aspetterebbe mai di vedere, al punto di confine, a metà strada fra Lahore e Amritsar, quello che invece accade quotidianamente alle ore 17:00 davanti ai cancelli della frontiera: la Border Ceremony.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:left;margin:0;">Nella Border Ceremony non si insultano i criminali musulmani, né si compiangono i caduti di guerra, né si ricorda la tragedia della Partition. La Border Ceremony è una farsa buffonesca in cui quattro soldati indiani e quattro soldati pakistani si esibiscono nelle loro coreografie marziali sostenuti dal tifo esagitato di un anfiteatro di spettatori esaltati. Vestiti nella loro divisa cachi e imbellettati nei loro copricapi ridicoli, i soldati indiani suonano la tromba,  dimostrano la loro capacità polmonare emettendo lunghissimi versi e inorgogliscono la folla nazionalista col loro passo marzale preciso e ritmato. Mentre quelli sfilano in passerella davanti alle tribune alzando le ginocchia fino al petto, un &#8216;animatore&#8217; armato di microfono scalda la massa intonando motti nazionalisti come “Hindustan Zindabad!”, “Bharat Mata Ji Jay!” e “Bande Mata Ram!”, inscenando un botta e risposta che ha per leit motiv gli urli di guerra della liberazione anticolonialista. Gli spettatori-urlatori, elettrizzati come in una nazionale di cricket, applaudono, sventolano il tricolore della loro &#8216;madre India&#8217; e rimpinzano il loro patriottismo senza mai mancare di rispetto agli ex-compaesani chiusi dietro quei cancelli.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:left;margin:0;">Insomma, ad un vicino di casa che sforna kamikaze, alleva gruppi terroristici la cui esistenza minaccia la serenità della più grande democrazia del mondo, gli indiani reagiscono proprio così, con un goliardico e carnevalesco fac-simile di riottosità militare, che funge da valvola di sfogo per ogni problematica relazione internazionale. Un simpatico lascito, o forse una parodia, della non-violenza gandhiana.</p>
<p>di Carola Erika Lorea</p>
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